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Domotica personale: t’amo, pio cloud (o forse no)

Domotica personale: t’amo, pio cloud (o forse no)

Netatmo Termostato IntelligenteIl cloud, croce e delizia dell’ultimo decennio.

Per chi non la conoscesse, è “cloud” tutta quella tecnologia che ci consente, in modo più o meno dichiarato, di “conservare” informazioni e servizi da noi sottoscritti fuori dai perimetri della nostra rete domestica e/o di ufficio, dislocandoli “su Internet”. Si tratta di una definizione volutamente banalizzante, scelta solo per introdurre un tema che, con la specificità della definizione, non ha troppo a che fare.

In ambito di domotica personale, il cloud tende ogni giorno ad essere sempre più un elemento qualificante, una caratteristica per lo più imprescindibile per molti produttori di tecnologia.

Se il vostro termostato intelligente prevede (com’è praticamente scontato) un’app di gestione per smartphone/tablet (e talvolta web, come capita per esempio con i Netatmo), nel 99% delle situazioni tale app comunica col cloud del produttore, e così fa anche il termostato stesso. In pratica, le programmazioni, le statistiche, le accensioni, sono censite presso il cloud, il quale in pratica fa da “ponte” tra l’utente e il dispositivo. Stesso dicasi, per esempio, per ambiti molto elementari, come la gestione di punti luce tramite attuatori intelligenti: tutti i componenti di linee famosissime come Shelly “Home Automation Systems” e ITEAD “Sonoff Smart Home” posseggono la propria app che, tramite il cloud del produttore, orchestra il funzionamento dei vari elementi.

Cloud: e Dio vide che era cosa buona.”

Beh, insomma.
È indubbiamente vero che il cloud rappresenti un vantaggio per utenti e produttori: i primi non hanno bisogno di molte competenze per far funzionare le cose, essi si limitano a collegare i dispositivi e voilà, il gioco è fatto; i secondi riescono a “imprigionare” i primi nel proprio ecosistema, forzandoli quindi ad acquistare i propri prodotti i quali funzionano nell’ecosistema cloud-based concepito allo scopo.

Molte critiche al cloud nascono dal suo eventuale malfunzionamento. Si tratta di una critica velata con un suo fondamento, ma spesso ci si dimentica di ricordare che i dispositivi possono, per lo più, funzionare anche manualmente. Si prenda i termostati di cui sopra: non funziona il cloud? Non rimarremo al freddo, basterà (eventualmente, ma non è neanche detto sia necessario) agire manualmente sul termostato. Stesso dicasi con gli attuatori per punti luce e similari. E così via.

Discorso diverso quello legato all’eventuale obsolescenza (programmata o meno) dell’ecosistema cloud da parte del produttore. Quest’ultimo decide di abbandonare una vecchia applicazione? Ecco che i componenti afferenti a quell’ecosistema diventeranno “stupidi”, regredendo a semplici dispositivi privi di alcuna intelligenza. Quelli non manovrabili manualmente, diventando persino inutilizzabili.

E qui cominciano le nostre considerazioni più o meno anti-cloud in ambito di domotica personale.

Qualcuno ci spieghi perché, trovandoci a mezzo metro da un interruttore intelligente, il comando per accendere una luce tramite l’app da smartphone debba: 1) uscire dalla nostra abitazione 2) raggiungere il cloud del produttore, magari nella lontana Cina 3) essere “girato” verso l’attuatore 5) essere infine eseguito – se ha raggiunto l’attuatore – accendendo infine la luce. Se devo andare a ritirare la posta, non mi calo con una corda dal terrazzo, facendo un giro per il quartiere, possibilmente prendendo un po’ di pioggia per infine recarmi al mio portone e alla mia cassetta della posta: piuttosto apro lo porta, scendo le scale, ritiro la posta e risalgo.

ITEAD Sonoff

Morale: se i miei componenti sono a me vicini, mi aspetto che parlino con me direttamente, non tramite interposto servizio. Questo, ovviamente, non solo per una questione di buon senso, ma anche per questioni di sicurezza: un componente esposto e pubblicato sul cloud è, ovviamente, un obiettivo sensibile per eventuali malintenzionati. Poco male se si tratta del riscaldamento, meno bene se si tratta di una serratura intelligente o di un sistema d’allarme.

Chi abbia scelto – correttamente – di adottare a monte un HUB personale per gestire la propria domotica ne avrà preferibilmente scelto uno che preveda l’esecuzione in ambito locale piuttosto che in cloud. Soluzioni cloud-based ne esistono svariate (in primis oggetti come Homey, oppure Samsung SmartThings e altri), ma esse stesse, prima ancora dei componenti ad esse integrati, in caso di attacchi malevoli o di down del cloud del produttore vedrebbero l’interezza della propria domotica personale completamente ko.

Ecco perché, di base, suggeriamo sempre l’adozione di soluzioni di grande valore (tra l’altro gratuite) come Home Assistant od openHAB, ovvero HUB personali che, malgrado tutto, funzionino localmente, amministrati in proprio, nella relativa sicurezza della propria rete domestica.

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Esiste poi l’importante tema “integrazione”.

Inutile, infatti, possedere un HUB personale “locale” se poi la stragrande maggioranza di integrazioni dei vari componenti si basa su Cloud Push o Cloud Polling. Se il mio HUB controlla automaticamente un termostato il quale, però, per essere da lui integrato e quindi controllato consente la cosa solo tramite cloud, allora torniamo alle considerazioni di cui sopra. Prendiamo a mo’ d’esempio un qualsiasi attuatore Shelly: è sì possibile integrarlo su Home Assistant in modalità Cloud Push, ma è anche possibile staccarlo da cloud e integrarlo tramite MQTT (in merito, tantissime le guide) o tramite l’integrazione ufficiale, quindi in modalità Local Push.

Così facendo, la catena relativa al suo controllo (automatico o manuale tramite HUB) diventa completamente locale risolvendo, direttamente o indirettamente, tutti i potenziali problemi (disponibilità, sicurezza, privacy) di un ambiente full-cloud-based o anche solo parzialmente basato su cloud.

Rifletteteci, ogni qual volta introducete qualche nuovo elemento nella vostra domotica o, sopratutto, se siete i procinto di buttarvi nella mischia.

Che succede alla domotica personale quando Internet non funziona?

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