Cinque buoni motivi per cui Apple HomeKit arranca (e uno per cui può ancora vincere)

Apple HomeKit 2019

THE BATTLE IS ON

Apple è, de facto, l’azienda che nell’ultima dozzina di anni ha battuto la strada dell’innovazione che ci ha condotti dove ci troviamo oggi e, probabilmente, dove ci troveremo domani.

Gli smartphone, i tablet, il mondo delle app: basta riflettere su questi concetti per realizzare come l’avvento di iPhone, iPad e iOS abbia radicalmente cambiato il modo di rapportarci con l’informazione e con Internet stessa. Se oggi siamo perennemente connessi (croce e delizia) dobbiamo ringraziare Apple, anche dove il dispositivo che portiamo in tasca non sia prodotto da loro.

Apple in questi anni si è spesa, ha speso, ha innovato, ha avuto idee ottime e altre molto meno, come è naturale che sia. Una di quelle buone, anzi a nostro avviso ottime, è stata HomeKit.

Works With Apple HomeKitCome spiegato anche nel nostro percorso di formazione, HomeKit è l’interpretazione di Apple del concetto di domotica personale. Dal lato utente, Apple HomeKit si traduce in un’applicazione chiamata “Casa” nella quale censire e gestire tutti i propri dispositivi; dal lato produttori, è un programma di certificazione che fornisce gli elementi base per far sì che i dispositivi siano compatibili e gestibili dall’applicazione “Casa” di cui sopra.

La forza di questo programma sta nel fatto di essere – ad oggi – l’unico tentativo da parte dei grandi player di fornire all’utente un unico HUB presso il quale ospitare non solo i vari componenti domotici (anche di diversi produttori) ma anche e sopratutto le automazioni che gli permettono di lavorare in concerto, incluse quelle legate alla posizione geografica degli inquilini (eg. “quando esco di casa fai questo – quando torno a casa fai quello“).

Gli altri player (Amazon e Google su tutti) non hanno per ora realizzato nulla del genere. Le loro app relative alla domotica (rispettivamente Amazon Alexa e Google Home) fungono sì da concentratori, ma assolutamente non da HUB: una lettura di un sensore del produttore X non potrà scaturire in nell’azione di un attuatore del produttore Y, men che meno automaticamente, men che meno sulla base della presenza/assenza degli inquilini.

Malgrado HomeKit sia, sulla carta, il migliore dei mondi possibile, di fatto pare arrancare rispetto alle premesse e alle promesse che la sua introduzione portava in dote. Stenta, diciamo, nel diventare quello standard unico per la domotica personale che potrebbe, che vorrebbe essere nelle intenzioni di Apple.

Vediamo – secondo la nostra opinione – perché.

1: Disponibilità e prezzi dei dispositivi compatibili

Sono pochi e cari. Si tratta di un’affermazione lapidaria la quale perde lentamente veridicità (il programma si è reso più appetibile per i produttori grazie alle variazioni ai termini d’adozione del 2017), ma resta il fatto che per il mondo consumer la sproporzione tra la disponibilità di prodotti compatibili HomeKit rispetto a quelli compatibili con altri ecosistemi (come Alexa e Google Home) è enorme.

Il brand Apple associato a un prodotto domotico gli fornisce un’indiretta aurea di qualità intrinseca, ma questo spesso non giustifica il prezzo di alcuni prodotti. Nel 2019 certe cifre stanno diventando ridicolmente ingiustificate. In questo Apple ha poca responsabilità, sia ben chiaro: le politiche di prezzo sulle componenti le fanno i produttori, non l’azienda di Cupertino. Di certo introdurre/incrementare politiche di co-marketing potrebbe aumentare il parco prodotti compatibili HomeKit e ridurre, forse, i prezzi al consumo.

Nel mentre, Homebridge ci aiuta a rendere compatibile HomeKit ciò che non lo è (ove possibile), ma si tratta comunque di un workaround, un aggirare il problema in autonomia piuttosto che aspettare una soluzione da parte di chi detta le regole del gioco.

2: Mancanza di apertura verso il mondo Android

Da anni Apple mette a disposizione svariate funzionalità collaborative mutuate dal proprio servizio cloud (iCloud), ma tra queste non figura ancora quella di potersi interfacciare (magari tramite browser) alla propria domotica. Se Apple mettesse a disposizione qualcosa del genere il limite di poter controllare tutta la propria domotica solo tramite dispositivi Apple andrebbe a sparire, permettendo anche dispositivi diversi (eg. Android) di farlo.

Una soluzione alternativa potrebbe anche essere quella di rilasciare l’applicazione “Casa” anche per Android, così come fatto a suo tempo per Apple Music. Perché questa ritrosia nell’aprire ad altri mondi? Possibile che per controllare la mia domotica HomeKit debba sposare mani e piedi l’ecosistema Apple?

Di certo Apple avrà le sue ottime ragioni per non permettere aperture (una su tutte: la legittima volontà di vendere i propri prodotti?), ma questa carenza importante tiene lontani da una domotica personale basata su HomeKit e spinge – e noi di inDomus ben lo sappiamo – verso gli HUB personali.

3: Necessità di un secondo dispositivo Apple in casa

Nell’ipotetico scenario in cui si posseggano anche 100 iPhone e 100 dispositivi domotici compatibili Apple HomeKit, non sarà comunque possibile attuale alcuna automazione presso propria domotica. L’app “Casa”, infatti, richiede esplicitamente che in casa sia presente (fisso) un dispositivo “ponte” (un BRIDGE) che garantisca appunto l’esecuzione delle automazioni. La scelta di quale dispositivo può esser fatta solo tra Apple TV (quarta generazione o superiore), HomePod o iPad con iOS 10 o superiori.

Apple Casa Automazioni HUB richiesto

È accettabile e tecnicamente comprensibile che tale elemento sia necessario per l’esecuzione di automazioni in assenza degli inquilini: quello che è incomprensibile è che tale elemento sia necessario anche in presenza degli stessi. Perché il mio iPhone ultimo modello non può rendersi HUB per la mia domotica, quantomeno quando mi trovo in casa?

Altrettanto incomprensibile è l’indisponibilità di Apple nel renderci possibile l’utilizzo di vecchi dispositivi, magari non più utilizzati per sopperire a questa funzionalità. Limiti tecnici, ci potrebbe esser risposto: potremmo rispondere a nostra volta che Home Assistant – un egregio HUB personale – gira egregiamente su, hem, Raspberry Pi (un microcomputer dalle limitate capacità di calcolo).

Morale della favola: o hai un secondo dispositivo per fargli fare (anche) da HUB, oppure scordati le automazioni – quelle che sono, alla fine dei conti, l’elemento distintivo rispetto ai competitor, quelle che fanno (farebbero?) di Apple HomeKit un vero e proprio HUB a tutto tondo.

4: Siri e HomePod

Gli assistenti vocali e gli smart speaker vivono un momento di grande popolarità. Posizionati al vertice della piramide domotica (e non alla base, giusto a scanso di grossi equivoci) permettono di comandare la domotica (soggiacente) con semplici e immediati comandi.

Questo punto fa scopa col punto 1: il numero di componenti compatibili con Google Assistant e Amazon Alexa aumentano ogni giorno di più (e a un ritmo quasi vertiginoso), mentre la compatibilità con Siri (l’assistente di Apple) – dato che essa passa da quella HomeKit – è limitatamente garantita. Siri, inoltre, è disponibile solo sui dispositivi come iPhone, iPad e iMac con macOS: l’unico smart speaker dotato di tale assistente vocale è Apple HomePod.

Apple HomePodHomePod è – a detta di chiunque ne abbi ascoltato la qualità di riproduzione musicale – un dispositivo favoloso. Questa qualità ha però un costo: a oggi (gennaio 2018) il prezzo di HomePod, rullo di tamburi, è di 350$.

Assistant (l’assistente vocale di Google) e Alexa (l’assistente vocale di Amazon) sono disponibili su smart speaker (di diverse qualità fattezze e prezzo) prodotti da Google e da Amazon nonché da terze parti. Per dotarsi di Google Assistant e/o Amazon Alexa si spendono (per smart speaker entry level) poche decine di euro.

Colto il punto?
Per comandare tramite smart speaker e comandi vocali la propria domotica basata di Apple HomeKit è necessario utilizzare obbligatoriamente HomePod (a meno di voler usare un iPhone/iPad e usare la modalità “hey Siri“: beh provateci, poi diteci se è una cosa effettivamente utilizzabile o meno).
Beh: quantomeno c’è da dire che – vedi punto 3 – HomePod può fare anche da HUB. Certo.

Infine, un problema intrinseco alla questione è Siri stessa: mentre Assistant e Alexa (specialmente quest’ultima) sono concepiti in logica modulare, il che permette a sviluppatori esterni ad Apple di creare applicazioni che ne allarghino le capacità, Siri è un ambito totalmente chiuso: le funzionalità le decide, realizza e implementa Apple. Certo: di recente Apple ha rilasciato Shortcuts, strumento che permette di personalizzare alcune funzionalità presso Siri, ma siamo comunque lontani dal modello “skill” proposto da Amazon. Molto lontani.

5: Alcune piccole, noiose limitazioni

Perché se in domotica HomeKit un sensore di temperatura X non posso definire un’automazione (certo, possedendo l’HUB del punto 3) che mi permetta, diciamo, di innescare un’azione verso un dispositivo Y al raggiungimento di una certa temperatura?

Perché non posso impostare più condizioni in un’automazione? Perché alcuni sensori non sono – del tutto incomprensibilmente – utilizzabili come innesco di un’automazione? Perché devo aggirare tante piccole limitazioni dell’app “Casa” utilizzando applicazioni di terze parti, tipo “Elgato Eve“?

Se la perfezione è solo del divino, da Apple non ci aspettiamo alcuna perfezione: un perfezionamento, semmai, dato dall’abbattimento di alcuni piccoli (talvolta incomprensibili, specialmente per chi di domotica un po’ ne mastica) limiti che viziano un’esperienza che, diversamente, sarebbe promossa a pieni voti.


Allora perché Apple HomeKit può ancora vincere la sfida domotica?

Semplice: perché gli altri sono ancora molto indietro.

Apple ha il vantaggio tattico di aver capito per prima che nella domotica personale è necessario potersi astrarre dal produttore del componente/dispositivo/attuatore/sensore o quel che è, lasciando all’utente la possibilità di utilizzarlo come meglio crede in relazione agli altri elementi. Ad oggi, l’unica alternativa valida (anzi, superiore, data l’assenza dei cinque punti critici di cui sopra) sono, come sappiamo, gli HUB personali.

Un ambiente organico, omogeneo, permette di dotarsi gradualmente di un ambiente domotico davvero strutturato e funzionale e questo, con HomeKit, sarebbe certamente garantito. I problemi però sono molti, e il gap (inizialmente enorme) tra HomeKit e gli altri ecosistemi si sta erodendo velocemente.

Chi sinora ha fatto peggio di Apple sta facendo meglio in termini di comunicazione, di politiche di prezzo, di funzionalità e apertura. Apple ha dalla sua un grande knowledge e una grande capacità di innovare: ecco perché crediamo che, con una riflessione seria al suo interno sia in grado di affrontare questa sfida e vincerla mettendo oggi i semi del raccolto di domani. Crediamo fermamente che HomeKit sia ancora un ottimo progetto, ma che i tanti vizi attualmente presenti ne annebbino il presente e, sopratutto, il futuro.

Apple riuscirà a vincere la sfida?
Si vedrà.


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